«Così in Governo siamo più creativi»

Corriere del Ticino - 03.01.2018

 

Corriere del Ticino: «Dopo 6 anni in Governo è come dopo 6 mesi». Lo ha detto lei in un'intervista recente a «Die Zeit». Nessun segno di fatica?

Alain Berset: In realtà è quasi più duro dopo 6 mesi che dopo 6 anni. All'inizio è tutto nuovo: è una sfida enorme, onestamente è difficile. Ora si è creata una certa routine, almeno per quanto riguarda le procedure. Ogni giorno però è sempre diverso da quello precedente. È, oggi come allora, appassionante e intellettualmente molto interessante.

Durante la recente campagna per l’elezione di un nuovo consigliere federale si è molto parlato del fatto di essere genitori e membri del Governo. Quando lei è stato eletto aveva tre figli molto piccoli che oggi hanno 14, 12 e 10 anni. Essere al contempo papà e ministro è possibile?

Sì, è possibile, anche se c’è qualche elemento che mi aiuta molto. Prima di tutto il fatto di abitare a Friburgo, a mezz’ora di distanza in auto. Poi bisogna organizzarsi molto bene. Quando erano più piccoli, mi riservavo dei momenti nell'agenda per loro: circa ogni due settimane venivo più tardi al lavoro e li portavo a scuola, per esempio, così da poter svolgere una normale attività familiare. Onestamente però non so ancora come sarà durante l'anno presidenziale. Probabilmente più difficile, ma alla fine si tratta solo di un anno.

Per i vostri figli avete scelto tre nomi che iniziano per A e che provengono dall’antichità greca e latina: Antoine, Achilles e Apolline. Un caso o una scelta?

Non è stata una scelta deliberata. L’origine antica è probabilmente legata a un certo interesse per la storia e per le lettere, che si è tradotto però in modo indiretto, un po’ inconsapevole. Per il primo figlio abbiamo voluto Antoine perché era un nome che ci piaceva molto, idem Achilles per il secondo. Quando è arrivata la terza, subito abbiamo pensato ad Apolline ma poi ci siamo resi conto che avremmo avuto tre A...

Piuttosto positivo, in economia.

In effetti (ride). In realtà ci siamo semplicemente detti che non avremmo rinunciato a un nome che ci piaceva solo per questo motivo e se fossero arrivate domande sulla tripla A non sarebbe stato grave.

Il dibattito «me too», emerso negli Stati Uniti con il caso Weinstein, è arrivato anche a Berna. Lei è stato 8 anni in Consiglio degli Stati prima di entrare in Governo. Il Parlamento è davvero un luogo pericoloso per le donne?

Devo dire che non mi è mai capitato di imbattermi in situazioni che sembravano problematiche. Ciò detto, credo che il Parlamento non sia altro che un’immagine della società. La vera questione, in fondo, concerne le relazioni umane in tutti gli ambiti sociali esistenti: il Parlamento, le associazioni sportive, il lavoro... I casi di violenza o molestie sessuali non vanno sottovalutati; esistono dappertutto e il fatto di parlarne aiuta a sensibilizzare. Si tratta anche di una responsabilità che abbiamo all'interno del Dipartimento, con l’Ufficio federale per l'uguaglianza fra donna e uomo che svolge dei programmi in questo senso.

Ma è davvero necessario che l'Ufficio presidenziale del Parlamento spieghi la differenza tra flirt e molestia?

Lei capirà che non posso commentare l’operato del Parlamento, è una questione di separazione dei poteri. Trovo comunque che sia legittimo reagire, non restare zitti. Quel che conta è che un determinato atteggiamento sia accettato da entrambe le parti coinvolte. Se non è il caso, bisogna fermarsi. Servono attenzione e rispetto.

Nel 2018 lei sarà il più giovane presidente della Confederazione dai tempi di Giuseppe Motta, che lo diventò nel 1915 a 44 anni. Come ci si sente ad avere interlocutori spesso molto più vecchi?

In realtà c'è stato un ringiovanimento nei Paesi che ci circondano: questo mese sarò in Austria, dove il premier ha una quindicina d'anni meno di me! E il presidente francese che ho già incontrato ne ha 5 in meno. In Consiglio federale è vero che ci sono un po' di anni di differenza tra il più e il meno giovane, ma trovo che sia una forma di rappresentazione della società ed è positivo poter accedere a questo tipo di funzione a ogni età.

Quando era ancora più giovane lei ha svolto il concorso diplomatico. Più volte si è pensato a lei come un possi-Ignazio Cassis si è integrato molto velocemente nella squadra del Consiglio federale bile ministro degli Esteri. Perché non ha voluto riprendere questo Dipartimento? Forse perché è una patata bollente, con molti problemi ma poco potere?

Vorrebbe dire che gli Interni sono un Dipartimento tranquillo... al contrario, direi che talvolta è una patata che scotta parecchio. No, il criterio è stato un altro. Ho deciso molto presto, prima dell’estate, quando abbiamo saputo delle dimissioni del collega Burkhalter. Mi è stato subito molto chiaro che non desideravo cambiare Dipartimento perché ci sono grandi cantieri che desidero continuare ad accompagnare. Ho pensato semplicemente che sarei stato più utile agli Interni che altrove.

Quali sono questi cantieri?

In particolare la riforma delle pensioni, che stiamo rimettendo sui binari. E la lotta contro la crescita dei costi della sanità e dei premi.

Giuseppe Motta è stato il ministro delle due Guerre, eletto anche per una preoccupazione di coesione nazionale. Anche oggi l'elezione di un ticinese in Governo può svolgere un ruolo in questo senso?

È importante che ci sia diversità nel Consiglio federale: uomini e donne, gente dalle diverse regioni del Paese. Ed è non solo legittimo ma anche auspicabile che la parte italofona sia rappresentata in modo regolare. Alla fine però spetta al Parlamento trovare questo equilibrio. Personalmente credo che in Governo siamo migliori, più creativi, con questa diversità. Anche se oggi la problematica della coesione nazionale non si pone più allo stesso modo. All’epoca di Motta il viaggio dal Ticino a Berna era ben altra cosa!

Nel suo discorso all'Assemblea federale, quando è stato eletto presidente, ha parlato in italiano delle pressioni sul mercato del lavoro e del timore di perdere la propria sovranità. Un messaggio per la Svizzera italiana?

Non volevo fare il discorso principale in tedesco o francese e limitarmi al saluto in italiano e romancio. Volevo che ci fosse un contenuto nelle quattro lingue. Ho pensato che fosse appropriato dire questa parte in italiano, consapevole della pressione esistente in Ticino sul mercato del lavoro; ma il messaggio si indirizzava a tutta la Svizzera.

Ignazio Cassis è stato un grande rivale per lei nell'ambito della politica sociale e sanitaria. L'anno prossimo sarete chiamati a gestire insieme il grande dossier della politica europea, lui come ministro degli Esteri, lei come presidente. Riuscirete ad evitare cacofonie?

Non ho dubbi. Il collega si è integrato molto velocemente nella squadra del Governo ed è molto piacevole lavorare con lui. Lo conosco bene perché era presidente della Commissione della sicurezza sociale e della sanità dove sono spesso presente. In diversi dossier abbiamo potuto avanzare assieme, in altri è stato più difficile. Ma fa parte del dibattito e questo dibattito è la ricchezza delle nostre istituzioni.

Talvolta sembra esserci una difficoltà strutturale per la politica estera: un po' perché la presidenza della Confederazione dura un solo anno, un po' perché tutti gli altri Dipartimenti fanno la «loro» politica estera.

Ci sono diversi livelli: quello bilaterale concernente gli aspetti tecnici, con ogni Dipartimento che negozia i propri dossier. Poi la politica estera globale. Infine il livello presidenziale che garantisce alcuni incontri al vertice. Serve una buona coordinazione. Il fatto che siamo un collegio governativo di sette membri e che ci vediamo tutte le settimane permette di garantirla. Ma il motore della riflessione e della preparazione dei dossier di politica estera resta chiaramente il Dipartimento federale degli Affari esteri.

E la durata della presidenza è sufficiente?

Cambiamo ogni anno ma riusciamo comunque ad assicurare una continuità. Nel corso del 2017 Doris Leuthard mi ha associato molto al lavoro presidenziale e intendo fare lo stesso con il vicepresidente 2018, Ueli Maurer.

Qual è lo slogan, quali le priorità del suo anno presidenziale?

Nessuno slogan, non credo che si faccia politica con gli slogan. Credo invece fortemente nella capacità del Consiglio federale come collegio governativo di garantire una continuità ininterrotta dal 1848: è un fatto incredibile! Questa presidenza mi è data per un anno, la accompagnerò e svilupperò apportando sicuramente qualche tocco personale, ma poi la renderò al mio successore. Penso che la funzione presidenziale abbia molto a che vedere con la capacità di spiegazione. Viviamo in un mondo che cambia velocemente, la nostra popolazione ha bisogno di sapere che cosa pensiamo in Governo.

Lei nel 2007 ha pubblicato un libro, scritto assieme a Christian Levrat, dove si tematizzava la necessità di un maggiore consenso e della creazione di un centro politico composto da sinistra e PPD. Quell'anno ci fu la non elezione di Blocher. Oggi non pensa che questa mossa abbia piuttosto acuito i toni del dibattito?

L'obiettivo principale del libro era avanzare alcune proposte neH’ambito della politica monetaria, economica e sociale. Era subito prima della crisi finanziaria. Oggi constatiamo che quasi tutto ciò che abbiamo scritto si è poi realizzato. È vero che abbiamo anche tematizzato il consenso sul piano governativo. Una serie di fattori hanno fatto sì che nel XXI secolo abbiamo vissuto due volte cambiamenti indesiderati dalle persone coinvolte, ma si tratta di una responsabilità del Parlamento che non voglio giudicare.

Quindi è soddisfatto del dibattito politico attuale?

Noto con preoccupazione una certa evoluzione negativa: c’è il rischio che Tra un anno passerò il testimone. Questa continuità ininterrotta dal 1848 è incredibile Quasi tutto quello che ho scritto nel mio libro del 2007 si è poi realizzato importiamo in Svizzera modalità di dibattito politico esistenti in altri Paesi. Penso che abbia soprattutto a vedere con la rapidità sempre maggiore con cui le informazioni sono diffuse e in particolare con il ruolo svolto dai media sociali.

E il no allo Spazio economico europeo (SEE) di 25 anni fa, visto con gli occhi di oggi, è stato una buona idea?

Io ero favorevole all’adesione allo SEE, come il Governo di allora. Credo che quel no sia costato abbastanza caro negli anni 90; abbiamo avuto anni con una situazione economica piuttosto difficile nel nostro Paese. Poi però siamo riusciti a trovare un buon cammino, la via bilaterale. È quindi molto importante che adesso - sia chi era prò, sia chi era contro - non si rompa il prodotto di quella decisione di 25 anni fa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Letzte Änderung 03.01.2018

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